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Tema svolto sull’articolo 3 della Costituzione italiana

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Scrivere un tema sull’articolo 3 della Costituzione italiana può sembrare un lavoro noioso.

Mi è capitato tante volte di leggere temi che, pur non avendo alcun errore grammaticale, peccavano di personalità e originalità.

Eppure bisognerebbe solamente scrivere cosa ne pensiamo riguardo ad un determinato argomento (o tema!), cosa è giusto, cosa va cambiato?

Insomma qual è il vostro parere riguardo a questa tematica?

Vi consiglio di vedere questo video dove vi spiego come scrivere un ottimo tema.

Se invece volete trarre spunto o ispirazione, ecco qui il saggio breve sull’articolo 3 da me svolto.

Evitate di copiarlo (il prof se ne accorge di sicuro) ed eventualmente scrivetemi nei commenti se avete bisogno di aiuto.

Esempio di tema svolto sull’articolo 3 della Costituzione italiana

L’articolo 3 della Costituzione italiana è uno dei più belli che mi sia capitato di leggere. In poche righe si afferma che la legge è uguale per tutti, indipendentemente se uno sia ricco o povero, alto o basso. E anche se uno ha la pelle scura, o chiarissima, non vi saranno né favoritismi e né pregiudizi. Si dice anche che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di natura sociale ed economica” che possano portare a diseguaglianze o limitare la libertà di alcuni.

L’obiettivo è che tutti abbiano le stesso opportunità nella gestione politica, economica e sociale del luogo dove vivono. Chi mai potrebbe disapprovare l’articolo 3 senza suscitare lo stupore nella maggioranza delle persone? Tra tantissime persone è infatti ormai consolidata l’idea che il colore della pelle sia soltanto un colore e ognuno è fatto a modo suo. Vi è libertà religiosa, di culto, e non si disistima più chi professa una religione differente dalla nostra. E oggi, in teoria, anche chi non è di famiglia ricca può aspirare a posizioni prestigiose se si impegna nella vita e dimostra competenze particolari.

Chi però abbia letto i Promessi Sposi si ricorderà dell’Azzeccagarbugli, un avvocato che pensava al suo orticello e a cui Renzo avrebbe voluto affidarsi per risolvere, in maniera legale, i suoi problemi. Ne emerge in quel capitolo un figuro completamente asservito ai (pre-) potenti, che pensa esclusivamente al proprio tornaconto e che non vuole assolutamente rischiare guai ponendosi sulla strada di chi esercita il potere. Vi è poi un problema pratico, dovuto alla inintelligibilità delle leggi, oggi come allora, per la maggioranza delle persone. Le leggi paiono dunque fatte per essere incomprensibili al volgo, dal popolino, che sempre e comunque deve porsi nelle mani di chi sa leggere e interpretarle, e che però, non ha molti interessi nel farlo.

Chi si informasse sulla formazione dei codici nella società occidentale si troverebbe di fronte a importanti firme: il codice civile italiano del XX secolo firmato da Benito Mussolini e Vittorio Emanuele II Re d’Italia e imperatore d’Etiopia; nel XIX secolo si troverebbe il codice di Napoleone, imperatore e militarizzatore di quasi tutta l’Europa. E andando indietro ancora troveremmo nell’VI secolo l’imperatore del Sacro Romano Impero d’Oriente Giustiniano con la sua raccolta di leggi. Ma non fermiamoci qui, e procediamo fino alla metà del V secolo a.C., all’età delle dodici tavole, momento in cui le leggi passarono dall’essere tramandate oralmente all’essere incise su tavolette d’argilla.

I cambiamenti in questi duemilacinquecento anni furono sicuramente molti, ma è inevitabile intravedere un filo di continuità in tutto questo: mai, le leggi, sono state scritte da chi poi le avrebbe dovute rispettare, ovvero la maggioranza degli individui. Le leggi sono state sempre scritte da chi poteva imporle sugli altri, ovvero da chi aveva materialmente la forza per affermarsi e che poi avrebbe anche potuto garantirne il rispetto, tramite pene punitive. Ci si trova dunque in contraddizione nel XXI secolo, ovvero nel presente, in cui a parole si dicono cose bellissime, e l’articolo 3 della Costituzione ne è un esempio, ma dimenticandosi del contesto in cui siamo immersi e in cui le leggi sono state scritte.

L’articolo 3 è uno degli esempi più eclatante del disfunzionamento della nostra società, in cui si predica bene ma poi si razzola male. Già, perché le leggi sono le regole della classe dominante, ovvero quell’insieme di persone che, per via del proprio censo o stato sociale, riesce ad imporsi sulla maggioranza. L’ipocrisia che le istituzioni riescono a raggiungere, schermandosi dietro articolo giustissimi – questo per acquisire la legittimità necessaria al governo del paese – non ha, purtroppo, limiti.

Viene infatti da soffermarsi a riflettere se, proprio nel presente attuale, a due anni dall’inizio della pandemia, le misure attuate per contrastarla non siano discriminatorie di una gran parte della popolazione.
Viene da chiedersi se abbia senso aver tante belle parole scritte su una Carta che nessuno sa leggere eccetto gli azzeccagarbugli. E questi ultimi le leggi per alcuni le applicano e per gli amici le interpretano, così come pare disse Giolitti nel secolo scorso.

L’articolo 3 della Costituzione andrebbe applicato in maniera rigorosa o cancellato: questo suo esistere, ma solo sulla Carta, porta il vizioso circolo delle leggi usate esclusivamente a modo di instrumentum regni, a proseguire indisturbato e a legittimare una classe dominante impegnata solamente nel soggiogare la maggioranza della popolazione. È piuttosto chiaro che, finché esisteranno queste dinamiche di potere, non sarà possibile che ammirare l’articolo tre, sperando che esso divenga realtà, ma sapendo bene che esso non è uno stato di fatto, quanto uno scopo di intenti, da perseguire per il bene nostro e di tutti.

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