pair of brown leather cowboy boots

Mai parlare di guerra con un cowboy – racconto breve

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Non c’era sole, solo nuvole a sprazzi. Un po’ di cielo azzurro, non c’erano suoni e il silenzio era avvolto da piccoli alito di vento quasi invisibili. I pochi uccelli sugli alberi cinguettavano silenziosi, anche le automobili che viaggiavano su una stradina di campagna erano quiete. Domenica, un giorno silenzioso che, veloce come un fulmine, se ne sarebbe scomparso.

Quel giorno l’avevo passato seduto su una panca. Io e un vecchio cowboy: ai nostri piedi delle lattine di birra, alcune piene. Il cowboy aveva una pila di lattine di birra vuote che arrivava all’orlo dei suoi lunghi stivali di cuoio, sulla testa un largo cappello gli metteva in ombra parte della faccia. Eravamo lì a bere birra dalla mattina. Da gelide erano diventate calde.

– Perché bevi? – gli chiesi.

– Bevo per festeggiare. – mi ammiccò felice.

Io bevevo per dimenticare e glielo dissi.

– Che cosa vuoi dimenticare? –

– Vorrei dimenticare il futuro. Vorrei essere libero. E tu invece cosa festeggi? –

– Io festeggio la libertà di determinazione dei popoli. Io festeggio la guerra! –

– Come festeggi la guerra? È proprio quello che vorrei dimenticare. Guarda questa lettera, guarda cosa c’è scritto: devo andare in guerra.-

– Fa vedere. – disse il cowboy. – Ma siamo nella stessa caserma! Oh, commilitone! –

– Ma come fai ad esserne felice – gli chiesi – come fai a voler questo? –

Lui mi guardò, si sistemò il cappello e disse – Sono felice di far la guerra perché è una guerra giusta.-

– Ma no – dissi io – è sempre la solita guerra. Non c’è n’è è stata una nella storia che fosse giusta, non una. –

– Beh, questa volta è diverso. – disse lui. – – Non so come andò le altre volte, ma questa volta è diverso. –

– Guarda il cielo, le nuvole, anche il sole è sempre lo stesso. E quante ne hanno viste, sai, è sempre la stessa cosa. Come fai a non capire? – Eravamo ormai piuttosto alticci.

– Ma quindi vuoi disertare? – mi guardò male, non si fidava più. Prima gli stavo simpatico, ma ora non ci capivamo.

– Anche se volessi disertare… – dissi sfidandolo, ma no, non ne valeva la pena. – Cercavo un consiglio a dir la verità. – conclusi.

– Io ti consiglio di non disertare. – disse lui. – Poi ti prendono e ti fanno prigioniero di guerra. –

– Ma se rimango e uccido qualcuno? Veramente l’ho ucciso per far del bene? Tu credi questo? –

Mi guardai attorno, entrambi apprezzavamo il silenzio ma non capivamo il silenzio altrui.

Aprii un’altra lattina di birra è il cowboy fece lo stesso, questa volta non brindammo, avevamo altre cose a cui pensare. Gli davo fastidio, gli dava fastidio che a qualcuno potesse non piacere la guerra. E non si trattava di essere col nemico; di pensarla come il nemico; che avesse ragione il nemico.

– E poi, se chiami nemico qualcosa, certo che esso diventa il nemico. Prova a chiamare tua moglie stronza e vedi se non diventa stronza veramente. –

– Non ti sto seguendo. – disse il cowboy – Per me la questione è molto più semplice: tu pensi troppo e questo è un problema. Lo sai che nessuno ti paga per pensare, vero? – E ridacchiò.

Già, nessuno mi pagava per pensare. Eppure, assieme ad ascoltare il silenzio e a ubriacarsi, era l’unica cosa che valesse la pena fare quel dì.

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