La libertà di parola, quel qualcosa che proprio non ci piace

liberta di parola
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Quel che noi possiamo e non possiamo dire è strettamente legato alla nostra società, alla nostra cultura e ai nostri costumi. E, proprio come un costume, possiamo immaginarci questa libertà-costrizione: un vestito molto stretto non garantirebbe molta libertà d’azione; un vestito largo e comodo permetterebbe movimenti più ampi e privi di costrizioni. Se penso alla libertà di parola, di espressione, di pensiero, mi immagino una società in cui i costumi siano ampi e ariosi, che si possa dire ciò che si pensa, perché, di fronte ad una opinione impopolare, ve ne sono cento assennate, e il tutto si bilancia e raggiunge un equilibrio.

Se penso alla nostra società io vedo degli abiti stretti. Vige sì, la libertà di parola, ma a parole: la verità è che non tutte le parole si possono dire. Vorrei un mondo dove si possano porre nella stessa frase le parole merda e Chiesa, dove si possano dire frocio, negro e mignotta. Non perché mi garbi usare quei termini o li voglia usare, ma una società che ha paura di alcune parole significa che è una società dai costumi stretti.

Abbiamo assistito ultimamente all’attacco di alcuni stimati intellettuali perché avevano osato esternare le proprie idee. Queste idee sono state argomentate, ma il fango mediatico è partito e il popolino, paradossalmente, s’è indignato per le opinioni scomode anziché per gli attacchi. Come potranno, altri intellettuali, esprimere le proprie opinioni sapendo il rischio di venir travolti, non solo sul profilo intellettuale e delle idee, ma anche castrati accademicamente e bollati come sessisti o no-vax? Ci rendiamo conto di cosa stiamo perdendo?

Stiamo, volontariamente, rinunciando al contributo di persone che hanno studiato tutta la vita gli esseri umani. Il loro contributo intellettuale potrebbe aprire al dibattito, offrire punti di vista alternativi e trasformare la narrazione unica in un variopinto quadro, non bianco o nero in maniera binaria, ma ricco di sfumature e interpretazioni. È questa ricchezza che stiamo perdendo, acquisendo però la sicurezza e la velocità della mono-opinione.

Differenti punti di vista potrebbero farci pensare, talvolta dovremmo metterci in discussione, riflettere se siamo proprio sicuri ed eventualmente ammettere di esserci confusi e di aver sbagliato. Ma forse la nostra società non ha più tempo da perdere per i dibattiti, per gli approfondimenti orizzontali, per letture differenti dello stesso fenomeno. La nostra società è veloce e tutto quello che è dubbio, tutto quello che è incertezza, diventa scomodo.

Siamo la società post industriale, una società dove anche le idee e la politica vengono fatte in maniera industriale e su scala industriale. A ognuno il suo, ad ognuno un piccolo pezzo da svolgere, e che lo si svolga senza far domande o dir la propria opinione, soprattutto se può sollevar dubbi! Il fordismo delle idee richiede dei capi che le forgino e degli addetti alla catena di montaggio che applaudano. Non servono controlli qualità quando c’è il consenso: il dubbio crea dissenso e il dissenso la rivolta.

Gli intellettuali devono tacere e la maggior parte non si fa remore e obbedisce. Lo sapete che i professori universitari non si espongono per paura di ritorsioni accademiche? Lo sapete che gli italiani non si sentono liberi di esprimere le proprie idee, nonostante viga la libertà di stampa e d’espressione? Io non so voi ma a me questi sembrano abiti stretti, non conformi al bisogno di libertà che una società evoluta meriterebbe. Evoluta, non solo per quanto riguarda la tecnologia, ma socialmente evoluta.

E per evolversi c’è bisogno di un continuo scambio di idee, idee che non ci debbono necessariamente piacere, idee a cui se vogliamo possiamo però rispondere con le nostre. E invece ciò che succede è che siamo intimiditi socialmente dall’esprimerci, dal portare avanti delle opinioni o delle idee che non vanno d’accordo e non ottengono il consenso della maggioranza, un consenso il più delle volte pilotato, se non dirottato, attraverso i media.

Quando i media non c’entrano nulla, ecco che saltano fuori altri strati culturali imposti dai vari regimi che ci hanno preceduti dall’inizio dei tempi ad oggi: regimi come quello fascista che ha imposto la creazione dell’uomo nuovo, cioè un cambiamento di massa delle abitudini, delle idee e delle aspirazioni dei cittadini italiani. Ogni epoca ha depositato forzatamente le sue credenze sulle coscienze umane, riempiendole di pregiudizi e portandole a quel che siamo ora.

Ora, nel presente, dobbiamo capire se vogliamo veramente liberare l’essere umano dalla paura d’esprimersi per donargli la libertà, non solo quella di dire ciò che vuole, ma la libertà di ascoltare altre idee e ciò equivale alla libertà di pensare. L’alternativa equivale a quel passato che sempre abbiamo conosciuto, in cui mai c’è stata libertà e sempre v’è stata la paura: la paura delle idee.

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Alessandro Oppo

Alessandro è un milanese che vorrebbe scappare da Milano, è appassionato di informatica ma vorrebbe vivere senza telefono, è un artigiano eppure vorrebbe robotizzare tutto, impara una cosa e già vorrebbe studiare dell’altro. Autodidatta da sempre, gli piace sbattere la testa finché tutto non funziona come vuole lui, spesso ci riesce anche! Il motto che si ripete dentro la testa è: “Se ci sono riusciti gli altri ci posso riuscire anche io”.

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