La comoda semplificazione delle etichette

La semplificazione delle etichette
La semplificazione delle etichette
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Trovo che non ci sia più nulla di più inutile e dannoso delle etichette. Non importa se queste etichette ci sono imposte o se ce le affibbiamo da soli: esse saranno sempre un tentativo di racchiudere centinaia di concetti e significati in una sola parola. Questa impresa è però impossibile. Non si può, e chi crede di riuscirci è un illuso, descrivere una persona con una sola parola. “Vota Lega…” “E’ fascista…” “E’ comunista…” “E’ cattolico…” “Ha studiato lettere…” “E’ no-vax…”

E’ con queste frasi che si inizia un discorso di delegittimazione nei confronti di una persona e delle sue idee. Il soggetto denigrato si configura come lo stereotipo delle caratteristiche negative del gruppo in cui lo incaselliamo, e in cui magari il soggetto preferirebbe non inserirsi. Le sue idee, i suoi sentimenti o dubbi saranno equiparati ad amenità da stadio. Ma poco importa ciò che il cattolico di turno vuole dirci, o il no-vax, o il fascista, perché noi sappiamo bene dove vuole andare a parare e quindi non perdiamo tempo ad ascoltarlo. Quel che ci vorrebbe dire o spiegare ricade in dei binari prestabiliti che seguono fedelmente l’ideologia di quella persona. Così ci ritroviamo delle persone, comunisti dichiarati, che in fondo in fondo sono un po’ fascisti e dei fascisti a cui tutto sommato – ma non diteglielo, vi prego – il comunismo non dispiacerebbe. Non si sa bene però quale comunismo, se quello scientifico o quello reale (e quale di quelli reali).

La cosa più paradossale (e divertente, lo ammetto) è che queste etichette sono inserite all’interno di un contesto sociale, dove il termine che per alcuni è un insulto diviene un complimento altrove. Si abusa molto del termine divide et impera, dico se ne abusa perché, se lo si usasse con un po’ di senno, non ci ritroveremmo divisi, e lo si fa perché lo siamo: siamo divisi. Ci sarebbe da riflettere poi su quella parola, ovvero impera, da imperium, ovvero una sorta di abilitazione a guidare le truppe militari nell’antica Roma. Nessuno dei divisi detiene l’imperium, nessuno dei divisi impera. Siamo qui, terrorizzati gli uni dagli altri, che non riusciamo a comprendere l’altro e che – pazzia – proprio comprenderlo non ci interessa: preferiamo vederci un film dove sì, li sì, che i buoni e i cattivi sono ben distinguibili.

E ci piace immedesimarci nei buoni: piace a tutti sentirsi i russi che arrivano a Berlino, essere i pompieri che salvano i bambini o l’eroe mascherato che lotta contro le ingiustizie. Lì non ci sono divisioni, ci sono i buoni e gli altri, semi-umani diabolici, mostri assetati di potere e persone malvagie. Questi sono i film, film che raccontano vite d’altri, situazioni differenti ma con un unico denominatore comune: mostrano solo un lato della storia, solo una motivazione e non l’altra, quella nascosta. E le motivazioni che portano a compiere un determinato atto o una determinata scelta sono infinite e non possono essere comprese che dall’individuo stesso, il quale a volte ha pure lui le sue buone difficoltà. Forse, più che capire che anche il cattolico ha delle ragioni per essere fedele; che anche il leghista e il piddino votano con coscienza di causa; che se una persona dice di essere fascista o comunista è perché la vita l’ha portato a credere ciò, forse, più che credere nelle differenze, bisognerebbe notare ciò che è simile.

Ci svegliamo tutti al mattino e cerchiamo di arrivare a sera, talvolta aspettiamo il venerdì con ansia, altre volte dormiamo male per una scadenza o un esame. C’è chi ha problemi con la gravidanza, chi di impotenza e chi ha le emorroidi, chi ha la nonna che non può star da sola e chi i bimbi che piangono tutta la notte. Forse, vedendo quanto siamo simili, capiremmo di essere sulla stessa barca e che, se affondano alcuni dei passeggeri, fossero anche gli odiosi fascisti o i terribili comunisti, si affonda tutti.

Forse, se su quella barca, anziché litigare per delle ideologie – le quali, in quanto idee, significa che non sono reali – ci preoccupassimo veramente delle cose da fare, parlassimo per metterci d’accordo, dedicassimo del tempo al confronto in un processo partecipativo condiviso e plurale – anziché delegare tutto al timoniere -, forse, e dico forse, riusciremmo a capire che, su una barca, non possono esistere le etichette. Sopportiamo il nonno – anche se era un po’ fascista – come lui sopporta il nipote – anche se era un po’ troppo comunista da giovane – che sopporta il fratello – anche se vota PD – e la nonna, preoccupata perché la nuora non è battezzata, vuole comunque bene al nipotino anche se è mulatto.

Dovremmo davvero ricordarci che siamo tante famiglie che compongono un’unica famiglia, e che i piedi di tutte queste persone poggiano sul ponte di una sola barca: se alcuni affogano significa che la nave è naufragata e che presto periremo tutti.

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Alessandro Oppo

Alessandro è un milanese che vorrebbe scappare da Milano, è appassionato di informatica ma vorrebbe vivere senza telefono, è un artigiano eppure vorrebbe robotizzare tutto, impara una cosa e già vorrebbe studiare dell’altro. Autodidatta da sempre, gli piace sbattere la testa finché tutto non funziona come vuole lui, spesso ci riesce anche! Il motto che si ripete dentro la testa è: “Se ci sono riusciti gli altri ci posso riuscire anche io”.

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