Il buon somaro (racconto breve)

Il somaro occhi 1024
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Con i sacchi di farina sulle spalle, sembrava proprio un somaro che porta i pesi. Glielo diceva sempre, sua madre: <<Sei un somaro, ti manca solo il pelo.>> Poi, come consolazione, aggiungeva <<Anche tuo padre era un somaro.>> E quando nominava suo padre prendeva sempre in mano la scopa, come se la volesse battere sul capo a qualcuno e, se era abbastanza lesto a levarsi, la sua mamma si metteva a spazzare la polvere fuori dall’uscio e mormorava, fra sé e sé <<E io son solo un’asinaia.>>

La farina la comprava appena veniva pagato, ne comprava due sacchi e si faceva tutta la strada con la schiena incurvata, perché due sacchi contenevano farina per un mese. Aveva le spalle forti per le picconate che tirava tutto il dì: nella miniera di carbone pesti le rocce e, se sopravvivi, ti irrobustisci: lui si era irrobustito.Tutta la sua pelle era dura come una cotenna e, siccome tutti sapevano che era un asino, in miniera dicevano: <<Ha la cotica d’un somaro perché l’è.>> Si era ormai abituato ad essere un somaro e, pure il prete che glielo urlava contro, una volta che era di buon umore gli aveva detto così: << Sei un somaro, ma sei un buon somaro.>> E si era tanto rallegrato per queste parole che ci pensava tutto il giorno e ad ogni picconata sentiva dentro di sé: <<Sei un buon somaro.>> e poi picchiava più forte che poteva, fino a sentir male alle braccia, perché è così che, pensava, debbono fare i bravi asini.

Di lui non ci si poteva lamentare, non era mai pigro o stanco, non sapeva fare i calcoli ma sapeva picconare, e, se c’era da lavorare di braccia, si poteva contare su di lui. Giù nella miniera non era l’unico asino, ma gli altri avevano il pelo e la coda, eppure lo contavano sempre come uno di loro. A lui ormai non dispiaceva più, perché era un buon somaro. Quando insistevano a chiamarlo in quella guisa, allora gli ribatteva urlando. <<Io sono un ciuco, ma sono buono. E voi cosa siete?>>

Non veniva mai preso sul serio, ma le sue domande erano legittime. Quella volta al mese che passava carico dei due sacchi, i bambini lo inseguivano per le strade, e i più avventati gli punzecchiavano le gambe con i bastoni, perché gli asini vanno stimolati ad andare avanti. Lo motivavano pure a suon di ragli e gli avevano creato una canzonetta che faceva così: ‘C’è un ciuco che va / Gli manca la coda’ Un bambino allora si avvicinava e gli attaccava una coda posticcia fatta di cordaccia. ‘Il ciuco è codato / Ma non ha ragliato’ Le sue gambe si irrigidivano inutilmente perché gli piombavano sugli stinchi delle bastonate tanto forti da farlo urlare e scalciare dal dolore. ‘Il ciuco raglia / Il ciuco scalcia’ E tutti i bambini scappavano via, mentre il poveretto avanzava zoppicante e con la cordaccia a penzoloni.

Quando accadeva d’estate e il sole era luminoso, si vedeva l’ombra traballante sotto il peso dei sacchi completa di appendice e, se si fermava qualche secondo per prendere fiato, sembrava proprio un asino recalcitrante. Giungeva alla casa di sua madre e lei era lì, con la ramazza fra le mani e, se qualche monello ancora l’inseguiva, lei li cacciava via, come si cacciano le mosche dal muso delle bestie. <<Sei un asino tale a tuo padre.>> Diceva lei, poi gli staccava la coda dalla schiena e la portava nella rimessa dove le usava per legare le fascine di legna. Lui intanto gettava i sacchi in un angolo e si sedeva a medicare le gambe con una pomata di erbe, perché sì, aveva la cotenna di una bestia, ma i birbanti picchiavano come demoni.

Quando il giorno successivo tornava alla miniera, erano i padri dei monelli che gli gridavano <<Ti han visto ragliare e scalciare. Sarai mica un somaro?>> E poi si mettevano tutti a ridere e a ragliare, e come i bambini lo inseguivano per i cunicoli, finché non giungevano alla stalla sotterranea e lì lo lasciavano coperto di paglia, con gli aghi di fieno che gli entravano in bocca. Ma il poveretto, che nella vita non aveva mai fatto un giorno di scuola, sapeva la filosofia di chi le busca e tornava a picconare, senza badare che al suono del ferro sulla pietra.

Venne un giorno in cui tornò con la farina e col solito trattamento, ma la madre non l’aspettava sulla soglia e la trovò dentro, ammalata e debole. Con la voce fioca gli disse di poggiare la farina e metter via la coda nella rimessa, <<Che almeno di corde non se ne debbano comprare.>> Poi gli disse, sempre con un fil di voce. <<Tu sei un asino, ma, come disse il prete, sei un buon asino.>> E forse voleva aggiungere qualcos’altro, ma gli mancò il fiato e, accasciando la testa sul lato, spirò.

Pianse e si vestì di nero e in paese si diceva: <<È morta l’asinaia.>> perché la chiamavano così da quando si era sposata. Essendo uomo decise di cercarsi una moglie, ma nessuna voleva prendersi il soprannome della sua mamma e così vendette tutto e lasciò il paese. E fu fra le case, carico dei pochi averi che aveva, che sentì per l’ultima volta quelle rime dolorose.

C’è un ciuco che va

Gli manca la coda

Il ciuco è codato

Ma non ha ragliato

Il ciuco raglia

Il ciuco scalcia

Copertina di Vane Monte

Alessandro

Alessandro è un milanese che vorrebbe scappare da Milano, è appassionato di informatica ma vorrebbe vivere senza telefono, è un artigiano eppure vorrebbe robotizzare tutto, impara una cosa e già vorrebbe studiare dell’altro. Autodidatta da sempre, gli piace sbattere la testa finché tutto non funziona come vuole lui, spesso ci riesce anche! Il motto che si ripete dentro la testa è: “Se ci sono riusciti gli altri ci posso riuscire anche io”.

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