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-Armando, cos’è quella faccia? Da quand’è che sei felice? – Maria entrò proprio mentre sorridevo, lei sapeva riconoscere il sorriso che ammazza la disperazione dal sorriso di chi la disperazione se l’è dimenticata. Non per molto, per quel che basta. – L’ho fatto, l’ho fatto finalmente. – Cosa potevo aver fatto? Maria mi guardò con la faccia perplessa, era appoggiata col gomito sullo stipite della porta mentre con l’altra mano si lisciava i capelli, sembrava sorreggere il muro. Incuriosita mi si avvicinò sempre più, si sporse da dietro lo schienale della sedia e sbirciò il monitor del computer, poi sorrise. Ne vidi il riflesso nel monitor opaco, ne vidi il riflesso seppure di luce non ce n’era, e lo vidi tra la polvere e gli sputi, lo vidi che irradiava tutt’attorno come si trattasse del bagliore di una lampada, che dico, del sole d’agosto. – L’hai aperto! Armando, l’hai fatto! – le sue mani appoggiate sulle mie spalle tremarono assieme ai suoi piedi saltellanti ed emozionati. – Oh Armando, io te lo dicevo di farlo. Hai già scritto qualcosa? dobbiamo festeggiare, potremmo andare a mangiare fuori… Offro io! – Avrebbe certamente esclamato quelle parole, se solo fosse stata lì con me. No, quella sera avrei mangiato a casa da solo come le altre sere, avrei forse stappato una birra se ce ne fossero state. – Ma anche se non sono qui non significa che tu non debba festeggiare, esci, fai una pausa, vai al ristorante. – era sempre la voce di Maria, una voce familiare e a volte inopportuna. A volte mi chiedevo perché non mi lasciasse in pace. – A volte vorrei non sentirti più. – Che poi non era nemmeno vero, non sapevo bene perché facessi lo stronzo con un fantasma, forse per ripicca. – A te ancora non va giù per come sia finita, vero? – ecco, doveva tastare nuovamente quel punto, come se non ci pensassi già di mio ogni ora del giorno. Eccola, lei, Maria: l’insensibile Maria che non era mai andata via. – Non c’è un modo giusto per finire una storia, Armando. È sempre doloroso e insensato. – Insensato lo era. Ed era anche doloroso. Ma poi Maria chi era per dirmi ciò? Non era nemmeno una persona reale. O meglio, non era solo una persona. Era una catasta d’animi ed eventi, un mosaico di emozioni e invenzioni che conducevano a persone in carne e ossa. Io le avevo amate, ci avevo fatto l’amore e riso per ore sui prati d’estate, e adesso non erano che bellissimi ricordi senza più linfa.  Se non ci fosse stata la melanconia a trattenerli, sarebbero volati via come fogli nelle fresche correnti improvvise di una giornata calda, già li vedevo spiegazzati prendere il volo nel tentativo di andarsene, di fuggire nel leteo vento per l’eternità, e mentre lo pensavo ecco che la brezza, un sorriso, arriva per davvero e li sconvolge tutti. Me li sento rubare e non posso farci nulla, li guardo uscire dalla finestra vorticanti e diretti lontano, chissà dove. Mi siedo e comincio a battere freneticamente, cercando di riscrivere quel poco che ancora mi ricordo, ma è tutto caotico, le parole sbiadiscono e intorno a me s’annebbiano la casa, il pensiero e la coscienza. Quando mi sveglio c’è una pila di carta sul tavolo, sono i miei ricordi scritti in maniera farraginosa, ma son l’unica testimonianza che mi rimane del trascorso e di quei momenti belli. Li stringo a me e li bacio, pensando siano la cosa più preziosa che posseggo, e mi chiedo a quante altre persone sia capitato di dimenticare la finestra aperta, e di lasciarli uscire uno per volta senza nemmeno accorgersene. Se Maria fosse qui, e che non ci sia io proprio non me la sento di dirlo, le direi così: – L’ho aperto, il blog, per far parlare la mia storia d’amore col mondo e per farci partecipare le persone, perché l’amore non è mai individuale, e anche la propria vita, che è quanto di più personale ci sia, rassomiglia a volte con quella degli altri. L’ho aperto anche perché uno non può starsene sempre chiuso in casa a scrivere… – – Ma tu non stai tutto il giorno a scrivere. – – …parlando solamente con dei fantasmi. Vattene via, lasciami in pace, non lo vedi che sono felice finalmente? Qualcuno legge quello che scrivo, magari ride o gli è tornato in mente qualcosa a cui non pensa mai. Lasciami libero, va’ a farti un giro, sono in grado di badare a me stesso. – Non le pensavo davvero quelle cose, e, prima che il suono delle mie parole scomparisse anch’esso dalla finestra aperta, la paura mi assalì. E se un giorno se ne andasse per davvero? Se la marea di ricordi scomparisse, se l’affetto ricevuto e dato si dileguasse, e se domani mi ritrovassi solo ad affrontare il mondo? – No Maria, non andare, torna qui, parliamo, proviamo a chiarire. Sai bene quanto sia testardo e immaturo a volte. Fammi solo parlare, mi serve pochissimo tempo, dieci minuti possono bastare, anzi nove, nove minuti e non uno di più.  

Alessandro

Alessandro è un milanese che vorrebbe scappare da Milano, è appassionato di informatica ma vorrebbe vivere senza telefono, è un artigiano eppure vorrebbe robotizzare tutto, impara una cosa e già vorrebbe studiare dell’altro. Autodidatta da sempre, gli piace sbattere la testa finché tutto non funziona come vuole lui, spesso ci riesce anche! Il motto che si ripete dentro la testa è: “Se ci sono riusciti gli altri ci posso riuscire anche io”.

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