tema svolto sulla pena di morte

Esempio di tema sulla pena di morte

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Devi scrivere un tema sulla pena di morte? Ti stai preparando per la prima prova e non sai da dove partire? Spero di poterti ispirare con il saggio breve che ho scritto.

Esso non ha la pretesa di essere perfetto, ma è un buon esempio che può aiutarvi nella stesura del vostro.

Non copiate il mio tema sulla pena di morte, se avete difficoltà potete guardarvi questo video oppure scrivere nei commenti.

 

Esempio di saggio breve sulla pena di morte

Nella nostra società la pena di morte non esiste più. Eppure, ancora ai giorni nostri, capita di sentire, nelle chiacchiere tra le persone, ferme condanne nei confronti di un taluno personaggio, reo di aver commesso un crimine. La società, quella vera, ancora non ha assimilato in sé i motivi per cui non bisognerebbe mai condannare nessuno alla pena capitale.

Nel Dei delitti e delle pene di Beccaria, libro che argomenta in maniera molto esaustiva la questione della pena di morte, condannandola, v’è uno spunto molto interessante: ma se una persona commettesse un reato un certo giorno, e la condanna a morte fosse l’anno successivo, è vero che stiamo punendo la medesima persona?

La domanda, che può sembrare a trabocchetto, è posta per far riflettere sulla facilità con cui cambiamo. Chi pensasse al proprio passato farebbe fatica a riconoscersi, altre volte ci stupiamo per ciò che siamo riusciti a fare. Pare proprio che ciò che siamo stati non coincida con ciò che siamo o che saremo.

Inevitabilmente il corpo sarà il medesimo, e la mente manterrà i ricordi di ciò che ha già vissuto. Ma i cambiamenti che saranno corsi tra ieri e oggi contribuiranno a rendere ciò che eravamo, e ciò che siamo, persone differenti. Capita, più spesso di quel che desidereremmo ammettere, che i pensieri e le idee mutino nel tempo: quel che credevamo cambia, le nostre convinzioni si rovesciano e, inevitabilmente, anche le nostre azioni. Condannare a morte una persona significa commettere un omicidio.

Per quanto possa essere grave ed efferato il crimine commesso dall’imputato, sappiamo che non andremmo a punire veramente colui che ha commesso il crimine, quanto il corpo di quella persona, la quale nel frattempo potrebbe essersi pentita. Ad ognuno di noi è capitato nella vita di essere perdonato per qualcosa che abbiamo commesso, o che ci venisse data una seconda possibilità.

Le ragioni che spingono le persone a dare una seconda possibilità probabilmente non sono troppo diverse dai motivi per cui la pena di morte è sbagliata: siamo vivi e ciò che è vivo cambia nel tempo. Siamo esseri le cui convinzioni e pensieri spesso sono attinte dalla società in cui viviamo; come spugne ci impregniamo di ciò che ci circonda, sia esso considerato bene oppure male.

Un’altra ragione per cui la pena capitale è sbagliata viene dalla domanda: e chi punisce? Chi ha il diritto di punire? Come giustifichiamo l’interruzione della vita di una persona, senza essere a nostra volta degli omicidi? A questa difficilissima domanda non si è ancora risposto in maniera soddisfacente.

A complicare ulteriormente la questione vi sono gli studi sulla psiche umana. Poniamo il caso che una persona sia violentissima. Gli psicologi potrebbero dire che la violenza è frutto di un trauma infantile, di cui il soggetto non poteva affatto aver colpa. Puniremmo una persona, privandola della propria vita, solamente perché ha avuto un’infanzia sfortunata.

È però vero che, di fronte ad una persona estremamente violenta, la società non può assistere immobile. Vi è la necessità di difendersi: grandi pensatori hanno consigliato di far il minimo possibile affinché la società sia protetta. Il terribile omicida preso ad esempio, anziché impiccato sulla pubblica piazza, potrebbe semplicemente essere confinato in una sorta di recinto, in modo da non poter nuocere.

E in quel recinto non è necessario introdurvi ulteriore sofferenza: nessuna tortura, né vendetta. Non è necessario che il recinto sia arido, che il condannato soffra la fame e il freddo proprio per le ragioni sopracitate: non è costui un’altra persona da chi commise l’efferato fatto? E chi sono io per poter imporre sofferenze, senza diventare a mia volta carnefice, ad altri?

V’è poi una componente storica-sociale: non tutto ciò che è reato oggi lo era ieri e viceversa. Ciò che consideriamo immorale o crimine non è scolpito nella roccia. Quando pensiamo che tal persona dovrebbe sottostare ad una certa pena, sarebbe corretto domandarsi: la si vuol punire? (con che diritto?); la si vuol rieducare? (con quale autorità?); la si vuol crocifiggere in modo che sia di esempio per gli altri? (perché proprio lei? È giusto punire una persona per l’eventuale colpa d’altri?).

Le domande e gli interrogativi sono molti, ciò che è assente sono le risposte nette. Ciò che è emerso dalla storia del pensiero filosofico e giuridico, e di cui possiamo anche ai giorni nostri ammirare la lucidità, è l’idea del proteggere la società facendo il meno possibile. Solo rinunciando a tutto ciò che potrebbe far di noi degli omicidi o dei carnefici possiamo rimanere coerenti col nostro pensiero e la nostra volontà, e, ove ciò non avvenisse, si avrebbe il bue che dà del cornuto all’asino.

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