E’ ora di andare all’Università (senza green pass)

E ora di andare a scuola senza green pass
E ora di andare a scuola senza green pass
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Driiiiiiiiiin. Mi sveglio, accendo il computer e aspetto il quarto d’ora accademico. Vedo i miei colleghi universitari seduti sulle sedie e che indossano la mascherina. Mi è praticamente impossibile riconoscerli perché in università ci sono stato solo un trimestre. Alcuni di loro però li conosco virtualmente, nel senso che io conosco loro e loro non conoscono me. Alcuni hanno una capigliatura particolare e spesso fanno domande: ho imparato a riconoscere la loro voce.

Loro probabilmente non mi hanno mai visto e pensano a me come ad un sorcio che sta tutto il tempo su Netflix. Quando anche mi capitasse di entrare nel cortile dell’università, nessuno si aspetterebbe di vedere in me una persona pericolosa. Se chiedo informazioni, se scambio due parole con i ragazzi che camminano da un’aula ad un’altra, non c’è nulla che ostacoli la comunicazione o la socializzazione. Forse, l’unica differenza, è che loro possono frequentare le lezioni, entrare in biblioteca o mangiarsi un panino da qualche parte: io no.

A me è impedito, non fisicamente, ci mancherebbe; non per legge, perché sarebbe incostituzionale, ma per un aggiramento della Costituzione. Io non so come dirglielo, che il mio rifiuto al passaporto sanitario è perché so quanto siano importanti i nostri diritti e, anche se le persone che mi circondando non mi capiscono, io so di stare lottando anche per loro.

I diritti non sono più tali nel momento in cui vengono concessi dall’alto e dietro una imposizione (ricatto). Credo sia importante riflettere su cosa sia un diritto e riflettere anche che, nel momento in cui questi diritti vengono messi in discussione, il focus dell’attenzione dovrebbe essere posto sul fatto che il diritto non sia più tale: l’istruzione è un diritto? l’accesso alle pubbliche strutture è un diritto? lavorare è un diritto?

Se la risposta a queste domande è, come presumo, un sì, allora bisognerebbe comprendere che ciò che sta avvenendo è l’interruzione dei diritti primari sanciti dalla nostra Costituzione. Si potrebbe discutere per giorni interi su chi abbia ragione, se sia giusto o se sia sbagliato, se abbia senso o meno, se ci siano basi scientifiche o se si trattino invece di ragioni politiche. Già, perché a parole siamo bravi tutti, a dire la nostra: forse a volte dovremmo guardare ai risultati, a ciò che sta avvenendo.

Sono fuori dall’università e non ci posso entrare, anche se era un mio diritto, anche se è tuttora un mio diritto. Io ci credo in quei diritti, ci credo nella Costituzione e dovremmo crederci tutti.

Prima ho, forse avventatamente, detto che l’istruzione dovrebbe essere un diritto, che l’accesso alle pubbliche strutture dovrebbe essere un diritto, che lavorare dovrebbe essere un diritto. Forse tu, lettore, non sei d’accordo con me. Forse avresti detto che non sono diritti, forse avresti risposto che no, non è giusto che siano diritti. Rispetterei la tua opinione su tu avessi il coraggio di gridarlo, di dirlo chiaramente che quei diritti sono finiti, che la Costituzione è ormai carta straccia, che è giunta l’epoca delle misure forti e degli uomini autoritari al governo.

Non sarei d’accordo ma capirei, capirei che tu hai una opinione diversa dalla mia. E chi la pensa diversamente da me io lo rispetto. Chi giustifica le proprie idee, chi le motiva, chi prova a parlarmi, io lo rispetto: anche quando, in fondo in fondo, non mi riesce di comprenderlo, né di capacitarmi come possa averlo portato, la vita, ad avere quelle idee lì, tanto diverse dalle mie.

Se però così fosse dovrebbe anche rendersi conto che se, in uno stato di diritto, vengono messi in discussione e aboliti dei diritti fondamentali, ciò significa la fine dello stato di diritto. Se, a fronte di dieci diritti, a me sta bene abolirne uno, perché penso che sia un diritto sbagliato, dovrei riflettere sul come qualcun altro, un domani, potrebbe decidere che un altro diritto è da abolire.

Magari quel diritto toccherà me, in prima persona, e io, allora, non potrò che rinunciare a quel diritto così come altri hanno rinunciato ai diritti che io ho voluto abolire. Quando i diritti vengono tolti, ci si rimette tutti, anche quelli che di quel diritto non usufruivano, anche quelli che di quei diritti usufruiranno comunque: se un diritto va acquisito non è più un diritto.

Il diritto alla libertà di parola è un diritto che appartiene a tutti, anche a quelle persone che non hanno nulla da dire.

Il diritto all’istruzione e all’apprendimento lo è anche per le persone che a scuola non vanno più.

Il diritto al lavoro, all’esercizio di una professione che possa mantenere noi e la nostra famiglia è un diritto di tutti, anche di quelle persone che in questo momento non lavorano.

Già, perché sono diritti e nessuno li può potrebbe toccare senza dover prima stracciare la Costituzione.

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Alessandro Oppo

Alessandro è un milanese che vorrebbe scappare da Milano, è appassionato di informatica ma vorrebbe vivere senza telefono, è un artigiano eppure vorrebbe robotizzare tutto, impara una cosa e già vorrebbe studiare dell’altro. Autodidatta da sempre, gli piace sbattere la testa finché tutto non funziona come vuole lui, spesso ci riesce anche! Il motto che si ripete dentro la testa è: “Se ci sono riusciti gli altri ci posso riuscire anche io”.

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