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C’è del lavoro da fare – Racconto breve

4.5
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– C’è del lavoro da fare. – disse Armando.
– E perché non lo facciamo? – chiese lei.
– Cercavo uno spunto per partire. Da soli è più difficile. –
– Su, via, allora partiamo. – e a momenti non mi mise le mani addosso.

La stanza era così ingombra di cose vecchie, ciarpame e utensili, da ridurre alla disperazione. Anche la luce, che entrava da una finestrella a quattro vetrate, sembrava polverosa e vecchia. Gli unici suoni eran quelli dei vicini addormentati. Altri erano svegli. Maria si rimboccò le maniche e spostò un’asse che bloccava tutto. I suoi capelli erano metà biondi e metà bruni e Armando pensò che sembrava stesse anche lei invecchiando. E invece era giovane, ma la polvere e tutto il resto sembravano contagiarla. Anche Armando si sentì vecchio. Era vecchio e stanco come mai lo era stato. Sollevò un quadro e gli sembrò pesantissimo.

– Questo lo metto via. – disse Armando, e lo poggiò in un angolo. A mano a mano che spostavano il vecchiume lo spostavano nell’angolino. – Non possiamo tenere tutto. – disse uno dei due, ma l’altro non rispose. Continuarono ancora per un po’, senza sapere cosa avrebbero tenuto e cosa buttato. – Questo far pulizia – disse Maria – mi ricorda che anche ciò che so e che ricordo, ovvero ciò che sono, e che un giorno non ci sarà più. –
Armando fremeva dalla voglia di rispondere. – Ma tutt’oggi, tutt’oggi! Ci pensavo anche io, ai pensieri, sai… – si fermò assorto e poi riprese. – I pensieri, tutto ciò che pensiamo, che sappiamo, e che quindi siamo, potrebbe sparire anche tutt’oggi. –
– Ma non moriremo oggi. – disse Maria e sorrise divertita.
– No, non si tratta di morire. – disse Armando
– La morte arriva e se ne va, io parlo della vita. Quel che penso oggi può cambiare. Quel che so potrebbe cambiare e le mie conoscenze ribaltarsi. Capisci cosa intendo? Cambierei io stesso, e ciò che ero non sono più… e senza morire! –

Maria aveva ricominciato a rovistare in uno scatolone pieno di libri, ne prese uno corposo e lo aprì a metà. – Parla di diritto. E ne parla per seicento pagine. –
Armando continuò. – Sapendo ciò, sapendo che facciamo ciò che pensiamo e siamo quel che facciamo, ne viene fuori che siamo quel che pensiamo. –
– Io penso che sei noioso. – disse Maria.
– Lo pensi tu, ma non io. – disse Armando, come se questo desse peso al suo ragionamento. – Se io la pensassi come te, allora agirei come te. Ma a quel punto sarei te, e non me stesso. – continuò.
– Ma sì, stavo scherzando. Non ricordi che te ne avevo parlato io? – disse Maria.
Armando ci pensò su. – Ricordo qualcosa. Vagamente però. –
– E’ perché hai deciso di non pensarci, non vuoi essere ciò che non pensi. Ricordi? –

Sì, vagamente ricordava qualcosa, ma il tutto era così annebbiato nella sua testa da fargliela girare vorticosamente. Si appoggiò a un pianoforte, anche quello trascinato nell’angolo. – Ricordo. – disse Armando guardando quel quadretto di cielo terso che spuntava dalla finestrella. Ricordava, sì, ma cosa? Armando ricordava che c’era qualcosa che aveva voluto dimenticare, e, fortunatamente, non si ricordava cosa. – Siamo quello che pensiamo. – disse, e si riprese dal vortice di pensieri che l’aveva colto. A volte si tengono con sé più pensieri di quel che servono. A volte si costruisce un sogno che è una fuga. Si fugge quando si ha paura e si ha paura di ciò che non si capisce.

Armando e Maria guardarono la loro vecchia casa. Era parecchio tempo che non ci vivevano più, eppure tutto era rimasto uguale. L’arredamento economico, le cianfrusaglie e la polvere. – Pensavo che avrei trovato tutto diverso. – disse Maria. – Le piccole cose intendo, tipo i ragni e gli insetti. Invece è tutto lì, anche le cimici. –
Armando guardò l’angolo pieno di cose e la stanza ormai quasi vuota. – E’ la stessa cosa con i pensieri. Non sai mai quali tenere e quali buttare. –
Adesso anche Maria stava al gioco. – Si buttan via quelli che causano dispiacere. –
– Ma sono i migliori! – disse Armando. – I dispiaceri son quelli che ci fan ragionare e crescere. –
Maria annuì e ribatté. – Talvolta però ci fan capire le cose sbagliate. Talvolta ci portano fuori strada. Se ti arrovelli e ti arrovelli, poi ne esci matto. – Sfogliò un libro con dei pesci copertina.
– Lasceresti andare i pensieri felici? Sarebbe una follia. –
Maria la sofista sapeva come ribattere. – Se lasci andare quelli felici altri prenderanno il loro posto. La felicità è soggettiva, è relativa, è… –
– E’ che mi sparo un colpo. – disse Armando. – E’ che senza la felicità, senza che me la ricordi, forse non saprei nemmeno riconoscerla se la rivedessi. –

Maria si grattò la nuca, cambiando la pettinatura data dal cappello, poi guardò Armando e gli fece un lungo sorriso. – Come fai a sapere cosa hai già dimenticato e cosa no? Come farai a riconoscere la felicità? – Armando non lo sapeva.

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