Questo racconto, ove non diversamente specificato, è stato scritto dal sottoscritto Alessandro Oppo. Licenza Creative Commons
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E’ solo una rivoluzione, nulla di più

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– Oggi tocca a te. – Mi disse Maria mentre si lavava i denti. Ero già in pigiama, mi misi le pantofole e scesi in cortile. Buttare la pattumiera non è così semplice quando si abita nel Castello Sforzesco. L’avevamo occupato mesi fa, come si fa solitamente con i castelli. I castelli nascono come difesa e finiscono per essere conquistati. Gli Sforza lo costruirono e i passaggi di mano furono innumerevoli, fino a noi. Noi l’abbiamo conquistato a marzo 2020, durante il primo lock down.

Tutta la città era ferma e a casa si parlava di storia, del fascismo, dei rivoluzionari e della statua di Garibaldi. – Non mi ero mai accorta fosse lui. – mi aveva confidato Maria, parlando della statua in Cairoli.

– Occupare un castello è un segno. – mi aveva detto la prima sera che eravamo riusciti ad intrufolarci dentro. – Occupare un castello è un sogno. – risposi. Ed era vero, l’avevo sognato fin da piccolo, anche se, certamente, credevo di incontrare più ostacoli: pece bollente, frecce, arieti: niente di tutto questo. Era bastata una corda e un po’ di coraggio.

Per Maria era stata una prova – Voglio vedere se sono capace, come reagisco. – aveva detto. – Non è rivoluzionario tutto questo? – avevamo solo una piccola piccionaia sul tetto ma era tutta nostra.

– Vaffanculo la proprietà privata. – Era Maria la Rivoluzionaria ad aver parlato da lassù. Se qualcuno avesse guardato in alto, dietro i merletti del torrione, l’avrebbe vista con una bottiglia in mano. Non c’era nessuno e fui l’unico a guardarla ballare.

Milano era silenziosa ma l’assedio avrebbe potuto iniziare da un momento all’altro. Già mi immaginavo il comandante Capitalismo guidare la schiera di armigeri nei pressi del Castello e noi, tremanti, prepararci ad una battaglia sanguinaria.

– Finiremo sui libri di storia! – mi disse Maria fiduciosa.

– No, no, verremo sopraffatti, sono troppo forti, sono troppo stupidi. –

– Non essere negativo, stiamo a vedere. – disse lei, forse nemmeno credendoci.

– Verremo etichettati come due esponenti dell’estrema destra. – la avvisai. – E nessuno ci aiuterà. –

– Nessuno? – chiese lei ammiccando. Aveva una strategia.

Ecco la prima pattuglia, si avvicina un esercito. È pieno di luci blu, gialle e rosse. È lo sgombro, è la rivoluzione: – Visionari, a me! – Urla Maria ed è come se improvvisamente non fossimo più soli, come se un’intera folla fosse con noi sugli spalti del Castello. Eravamo tantissimi e agguerriti. Maria tira fuori dei libri e inizia a leggerli ad alta voce. I poliziotti si fermano. Non sanno cosa fare, come reagire, non capiscono. Non sono abituati ad una lotta del genere e non possono combatterci in alcun modo. Le parole li raggiungono, li turbano e questi iniziano a sparare nell’etere ma senza colpirne alcuna. Più si impegnano e più soccombono. Si tappano le orecchie con le mani ma cedono, si contorcono al suolo ad una poesia di Pascoli, gridano di dolore quando Maria legge loro un sonetto appena scritto, piangono commossi ad un brano dei Malavoglia. – Questo, questo, leggi loro questo. – le disse Verga indicandole un passo.

– Combattere con la cultura è davvero da rivoluzionari. – urla una voce dal tono bronzeo. È Garibaldi sul cavallo e corre per il centro di Milano raccogliendo un esercito. – M’hanno raffigurato vecchio, ma si può? – è decisamente arrabbiato.

Manzoni scende da piazza San Fedele tutto composto e si avvicina ai ceffi municipali.

Vittorio Emanuele II ha lasciato Piazza del Duomo e ora si consulta con i poliziotti.

In tutte le vie vi è una statua, viva, non fatta di ideologie e stereotipi, ma d’uomini d’altri tempi e costretti a mentire, con la loro testimonianza, ad un passato confuso e semplificato.

– Demistificato. – mi corresse Maria.

– È il loro momento! È la rivoluzione! – urlammo a gran voce.

Dai balconi c’è chi urla – Andrà tutto bene. – suonando la chitarra e non si capisce da che parte stiano. – Andrà tutto bene un cazzo. – urla loro Maria. – Il mondo non si cambia da solo, bisogna mettersi in gioco, non basta cantare Bella ciao. –

– È tutto inutile. Abbiamo perso. Il mondo non si cambia con la rivoluzione, né bastano le belle parole. Il mondo si cambia se c’è qualcuno che lo vuole cambiare. – Dico a Maria e sono lì lì per gettare la spugna.

Maria è delusa. – Ma come? La rivoluzione? Il proletariato? Il nostro amico Marx?! – Non mi riconosce più.

– Se per far la rivoluzione devo farmi mettere al muro; se per cambiare il mondo devo rovinarlo agli altri, allora non fa per me.

– Ci parli tu Karl? – Gli chiese Maria. Lui annuì gravemente e si lisciò la barba bronzea.

– Vedi Armando, – disse sempre carezzando il mento metallico – la rivoluzione non si fa in un giorno, si tratta di un processo. – Sto cambiando il mondo da 172 anni ed è bastata una penna d’oca e una boccetta di inchiostro.

– Un tizio seminudo annuisce. – E’ da più di duemila anni che è così. – Chiedi a loro, erano con me e m’indicò gli apostoli a semicerchio.

Mentre ero in crisi Maria continuava a combattere. Leggeva per tenere lontani gli assalitori. Erano ormai migliaia ed avevano circondato l’intero castello con i carri armati.

Mi sorrideva per incoraggiarmi ma non sapevo come risponderle.

Improvvisamente la sua voce cominciò a rallentare e a poco a poco si affievolì. I poliziotti gettarono una scala sulle mura, altri tentarono di sfondare il portone.

Maria ebbe paura per la prima volta. Si avvicinò e sentii il respiro caldo e stanco.

– Abbiamo finito i libri. – Mi confidò affranta.

– Cosa pensi che succederà? – le chiesi spaventato.

– Ormai non ho più aspettative. – mi confessò.

Non la capivo. – E’ un modo per non rimanere delusi? –

Maria cominciò a ballare, a dipingere nell’aria con le mani. – È un modo per fare la rivoluzione. –

I nostri amici d’altri tempi annuirono nuovamente. – Ben detto, ben detto! – ci confermò Gandhi salutandoci.

Garibaldi ci salutò e piano a piano le statue si allontanarono tutte.

– Ci lasciate soli? – chiesi disperato.

– Ormai la rivoluzione è partita. – gridò Garibaldi ormai in Piazza Cairoli. – Dobbiamo combattere in altri mondi, ispirare le nuove generazioni a lottare per ciò che credono. –

– E noi? Ci lasciate qui in balia degli eventi? Siamo due contro mille! – non potevo crederci.

Rimanemmo da soli mentre gli assalitori si arrampicavano sul bastione. Abbracciai Maria forte e cominciammo a tremare. Improvvisamente tutto aveva preso i drastici vividi colori della realtà. Una realtà che non mi piaceva.

– Esprimi un desiderio. – mi disse Maria.

– Mi piacerebbe essere solo con te per far l’amore un’ultima volta. –

– Siamo già soli. Ma perché proprio per l’ultima volta? –

È che il mondo ultimamente è strano. – Non mi piace come stanno andando le cose. – le confidai.

– Bisogna farsene una ragione. – E cominciò a baciarmi. Sentivo le sue mani dietro la nuca, nelle orecchie un leggero ansimo. Lontano le sirene della polizia.

Maria cominciò a ridacchiare. – Ci troveranno nudi. –

– Oscenità in luogo pubblico, violazione della proprietà privata e uscita di casa senza valida motivazione. – elencai.

– Ci sarà tempo per tutto questo. Ora vieni qui. – e mi trascinò sul pavimento.

Gli elicotteri sopra di noi muovevano le loro pale, sentivamo le folate di vento e il ta-ta-ta-ta secco e continuo. Le voci uscivano metalliche dalle radioline mentre i bravi salivano sul torrione.

Passi, suoni, voci: eravamo circondati.

– È finita. – dissi io rassegnato.

– Ma no, è come dicevano i nostri amici: è appena iniziata, è un processo! – disse Maria sorridendo, e poi mi spiegò che per loro noi eravamo inafferrabili, come tutto quello che non si riesce a capire.

 

 

 

Foto in copertina di zheng.yan – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=72790001

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Alessandro Oppo

Alessandro è un milanese che vorrebbe scappare da Milano, è appassionato di informatica ma vorrebbe vivere senza telefono, è un artigiano eppure vorrebbe robotizzare tutto, impara una cosa e già vorrebbe studiare dell’altro. Autodidatta da sempre, gli piace sbattere la testa finché tutto non funziona come vuole lui, spesso ci riesce anche! Il motto che si ripete dentro la testa è: “Se ci sono riusciti gli altri ci posso riuscire anche io”.

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